Da qualche anno avevo smesso di scrivere codice. Non per stanchezza: perché il mio ruolo in Softing Consulting era diventato un altro. Coordinavo, decidevo priorità, parlavo con i clienti, lasciavo la produzione ai collaboratori. È il percorso naturale di chi fonda una software house e la fa crescere: a un certo punto il valore che porti non è più nelle righe di codice che scrivi, ma nelle decisioni che prendi su cosa costruire e perché.
Questo mese è cambiato qualcosa, e voglio raccontarlo con ordine, perché il percorso è stato preciso e credo utile a chiunque, in azienda, si stia chiedendo se e come usare seriamente l'intelligenza artificiale nel proprio lavoro quotidiano — non come slogan, ma come strumento.
Il punto di partenza: una chat che non bastava più
Ho iniziato come tutti: usando Claude in chat, per scrivere email, ragionare su decisioni, sintetizzare documenti. Utile, ma limitato. Ogni conversazione partiva da zero. Non c'era memoria tra una sessione e l'altra, non c'era un posto dove tutto quello che costruivo insieme all'AI restasse organizzato, consultabile, vivo.
Il primo salto è stato passare a un ambiente di co-working con l'AI: non più solo chat, ma una modalità in cui l'assistente poteva leggere e scrivere file, muoversi in una struttura di cartelle, mantenere uno stato. È lì che è nata l'idea di Sofia: un sistema centralizzato che raccoglie regole, cartelle operative, template e memoria dell'azienda, pensato per essere lo stesso per tutto il team — cinque persone, un solo impianto di lavoro condiviso, non cinque approcci diversi.
Costruire Sofia mi ha portato dentro un problema molto concreto, quello vero delle PMI che seguo io stesso come advisor: l'informazione in azienda esiste, ma è sparsa, duplicata, difficile da raggiungere. Ho applicato a me stesso la stessa disciplina che raccomando ai miei clienti — una regola su tutte, quella dei "tre clic": qualsiasi documento deve essere raggiungibile in tre passaggi, altrimenti non è un problema di ricerca, è un problema di organizzazione che va corretto. L'ho scritta nero su bianco, l'ho applicata a me stesso prima che a chiunque altro.
Il salto vero: da Claude Code a VS Code
Poi è arrivato il passaggio che ha cambiato tutto: Claude Code. Non più un assistente che suggerisce codice da incollare altrove, ma un agente che opera direttamente nel terminale, dentro il progetto, con accesso reale ai file, alla shell, a git. La differenza è enorme e sottile allo stesso tempo: non stai più chiedendo "scrivimi questa funzione", stai dicendo "fai questa cosa nel mio progetto" e la cosa succede, sotto i tuoi occhi, con la possibilità di verificare, correggere, chiedere di nuovo.
Da lì il passo a VS Code è stato naturale: avere l'agente dentro l'editor che uso, con la vista sui file, sulla struttura del progetto, sulla cronologia git, ha chiuso il cerchio. Non è più "l'AI mi aiuta a scrivere codice": è tornare a programmare, con uno strumento che scrive alla velocità con cui io penso il problema, non alla velocità con cui riesco a digitare la sintassi.
È qui che è successa la cosa che non mi aspettavo: ho ritrovato l'entusiasmo di quarant'anni fa. Vedere un'applicazione crescere sotto comando — a voce, quasi — mi ha restituito qualcosa che avevo archiviato come "cosa che facevano i miei programmatori". Non è nostalgia. È che lo strumento oggi è abbastanza potente da restituirmi accesso diretto a un lavoro che avevo delegato per necessità, non per scelta.
BMAD: separare il governo dell'azienda dallo sviluppo dei progetti
Con l'uso quotidiano è emersa una distinzione che prima non avevo bisogno di fare in modo esplicito: Sofia governa l'azienda — regole, cartelle, memoria, decisioni — ma non è il posto giusto per lo sviluppo del software dei progetti Softing e dei clienti. Mescolare le due cose avrebbe reso Sofia più pesante e i progetti più confusi.
La risposta è stata adottare BMAD-Method, un framework di progettazione agile pensato apposta per lo sviluppo guidato dall'AI: brainstorming strutturato, PRD, story di sviluppo, il tutto organizzato per progetto, ciascuno nella propria cartella sorella di Sofia, ciascuno con la propria installazione. Ogni progetto Softing e cliente — quelli in corso in questo periodo, seguiti in parallelo — ha ora un ambiente di sviluppo agile reale, non improvvisato, con fasi definite e uno stato verificabile in ogni momento.
Il rituale che ho costruito sopra è semplice: un comando fa il punto su tutti i progetti gestiti con BMAD — fase, cosa manca, blocchi aperti — un altro apre l'ambiente di sviluppo di un progetto specifico, con le skill BMAD caricate e pronte. Non è tecnologia per il gusto della tecnologia: è la stessa logica che uso per aiutare i miei clienti a governare la propria azienda, applicata al mio governo interno.
Perché questo conta per chi legge, non solo per me
Non racconto questo percorso per parlare di me. Lo racconto perché è la dimostrazione pratica di qualcosa che dico spesso agli imprenditori che seguo: l'intelligenza artificiale non è uno strumento in più da aggiungere sopra il caos esistente. È un'occasione per rimettere ordine — nei dati, nei processi, nelle informazioni — e solo dopo, con quell'ordine, diventa uno strumento che moltiplica quello che sai già fare.
Io non ho ripreso a programmare perché l'AI scrive codice al posto mio. Ho ripreso a programmare perché l'AI mi ha restituito la velocità di esecuzione che avevo perso, lasciandomi le decisioni — cosa costruire, come organizzarlo, quali regole dargli — che sono sempre rimaste mie. È la stessa cosa che deve succedere nella tua azienda: l'AI non sostituisce il governo dell'impresa, lo rende più veloce da esercitare, se prima hai messo ordine in come lavori.
Agosto comincia con un sistema più solido di quanto lo fosse a inizio luglio, e con me che, dopo anni, torno volentieri davanti a un editor a vedere qualcosa crescere sotto comando. Non è un dettaglio tecnico. È un segnale di dove sta andando il lavoro, per chiunque lo guardi con attenzione.